Troppe parole inglesi?

Brano tratto dal libro: "In punta di lingua", dello scrittore Cesare Marchi.
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Di alcune parole straniere mancano le equivalenti italiane e per tradurle occorrono lunghe e noiose perifrasi, esempio è la parola shampoo, che equivale a miscela detersiva liquida profumata e schiumogena, per lavare i capelli. Troppo lunga, quindi meglio tenere shampoo.

Sit-in: dimostrazione pacifica di gente, che si siede in mezzo alla strada e blocca il traffico, per protestare contro le autorità, ma anche questa è troppo lunga, quindi teniamo buono sit-in. Ma in molti casi non solo abbiamo nel dizionario il vocabolo corrispondente, speculare ( supermarket = supermercato, part-time = tempo parziale, camping = campeggio), ma addirittura abbiamo a disposizione molti sinonimi, tra i quali possiamo scegliere quello che meglio rappresenta il nostro pensiero.

Prendiamo ad esempio la parola choc, da choc è stato ricavato  scioccare, ma possiamo usare anche parole come: toccare, colpire, turbale, conturbare; commuovere, scuotere, impressionare, sconvolgere, scombussolare, sbalordire.

Al posto di scioccato abbiamo a disposizione: toccato, colpito, turbato, commosso, emozionato, eccitato, scosso, impressionato, sconvolto, stravolto, scombussolato, sbalordito, esterrefatto.

Siamo un po' come dei miliardari che chiedono l'elemosina.

Eclatante è parola italianizzata dal francese “éclatant”, eppure basta cercare sul dizionario per trovare: clamoroso, strepitoso, eccezionale, sorprendente, lampante, sfavillante, smagliante, sfolgorante, splendente, radioso, fulgido, fulgente.

In quasi tutti i settori e aziende esiste un manager, che esamina il trend delle vendite, fissa il target per il prossimo futuro, e vi adegua il buget.

Parlando di attualità, pensiamo a tutte le leggi o provvedimenti che portano nomi inglesi, spending review, jobs act, austerity, devolution o stepchild adoption, tutti termini perfettamente sostituibili in italiano con revisione di spesa (pubblica), legge sul lavoro, austerità, devoluzione e adozione del figlio del coniuge rispettivamente.

Per saper usare correttamente le parole straniere, il linguista e sociologo  Francesco Sabatini, ci propone quattro domande per verificare se la parola straniera che stiamo usando ci serve veramente:

 

  1. “Sei veramente padrone del significato di quel termine?”

  2. “Lo sai pronunciare correttamente?”

  3. “Lo sai anche scrivere correttamente?”

  4. “Sei sicuro che il tuo interlocutore lo comprende?”

Se non tutte queste condizioni sono soddisfatte, afferma il linguista, vuol dire che:

  1. “stai facendo una brutta figura”;

  2. “oppure usi quel termine per pigrizia”;

  3. “oppure disprezzi il tuo interlocutore”

 

 





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